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Clio Casadei in conversazione con Gaia Martino. Pubblicato su Boite#18 | Estate 2017

Gaia Martino. On Theme, l’ultimo testo che hai scritto per Atlas, ruota attorno all’idea di una ricerca che dipende dalla relazione di almeno tre soggetti attivi: me, te o un pensiero, e il contesto. Non ricordo le parole precise, ma il senso mi pare stia qui, in questo confronto a più poli, che poi altro non è che essere reciprocamente presenti. È una questione di responsabilità, o almeno di consapevolezza; è uno slittamento, come dici, dal considerare la posizione di qualcosa come punto necessariamente fisso – e determinante il sistema – al comprendere l’indeterminatezza della messa a fuoco di quel punto, perché in quanto essere vivente è in movimento. Sei tu, sono io, è il luogo e ogni cosa compresa in questo momento; è lo spazio che si crea tra di noi, o meglio che qui tra di noi si costruisce e di noi partecipa.

Clio Casadei. La triade che tu citi è una mia costante di lavoro e lo è stata anche nel caso dell’elaborazione di On Theme. Posso farmi carico dell’essere presente rispetto a me stessa, rispetto a chi mi circonda e rispetto al contesto in cui mi trovo, sta in questo tipo di consapevolezza la mia responsabilità. Lo spazio che emerge dall’interazione fra questi tre “poli” è per me materiale di lavoro. Diciamo che per quanto riguarda l’indagine, ciò che più mi interessa è vedere dove le relazioni conducono.

GM . Mi viene in mente un’immagine che ho fissa nella mente da qualche mese: un punto, poi due, poi i punti diventano nella loro reciprocità e lo spazio immenso a partire dalla forma emerge d’un tratto; poi il triangolo inizia a muoversi e muovendosi diventa un cerchio che avanza in ogni direzione. Ogni atto di dislocazione trasforma lo spazio in un’ipotesi – scrivi – e tale dialettica attecchisce all’istante. Forse sto proiettando su di te pensieri miei, ma percepisco in Atlas una ricchezza rara, la capacità di riflettere, di accogliere e rendere evidente ciò che non afferma, ovvero che non contiene da principio ma che arriva dall’esterno e a un certo punto si immette nel discorso, rivelandosi solo attraverso di esso: l’altro, il lettore con i suoi percorsi di pensieri e sensazioni, così come il contesto in cui il tema di volta in volta si pone.

CC . Credo sia il lettore a nutrire la storia e credo che la lettura e l’ascolto rendano attuali i meccanismi che vincolano il discorso ai suoi contenuti. Questo è uno dei motivi per cui trovo interessante utilizzare diversi registri di scrittura. Nel passaggio da un registro all’altro, da un tempo della storia a un altro, chi scrive, chi legge e chi ascolta, svolge un’attività performativa. L’impiego di registri diversi mi permette di essere pertinente rispetto a ciò che sono; rispetto a ciò che sono per me la pratica e l’indagine.

GM . Il tuo lavoro, in questi termini, è uno strumento, un dispositivo capace di mettere in atto una comunicazione a cui non interessa riconoscere nel confronto risolutivo l’unico fine e che è capace di percorrere un piano diverso da quello di parole e risultato.

CC . Pensare la comunicazione come qualcosa che ha a che vedere solo con quanto risulta comprensibile è piuttosto limitante rispetto alle possibilità reali. Atlas agisce al contrario: amplia vertiginosamente la prospettiva verso un senso più profondo di relazione con l’altro e di dialogo. Se per confronto risolutivo intendi la necessità di impostare la narrazione secondo un meccanismo causa-conseguenza, no, non è questo il mio obiettivo. Non mi interessa intessere una narrazione più o meno lineare, bensì tentare di avvicinarmi il più possibile e attraverso qualsivoglia materiale – in questo caso Atlas, la scrittura, il discorso – a ciò che intendo. Non credo che la comunicazione, ossia il mettere in comune, debba necessariamente implicare la soddisfazione delle aspettative altrui. Comunicare significa a mio avviso mettere in gioco i propri schemi e lasciarli agire; è un processo che ha a che vedere con il resistere e con il lasciarsi modificare. Questa modifica avviene in primo luogo durante il processo di scrittura, ossia durante l’elaborazione del discorso. È in questa fase che ho la possibilità di comprendere in che modo le circostanze agiscono in me.

GM . Proprio qui mi sembra di vedere l’essenza stessa della comunicazione, e per certi versi delle relazioni. Il discorso è il processo e il risultato al tempo stesso, parte da te ed è anche me senza che io sia oggettificato e compreso ma nel rispetto assoluto dell’effettiva diversità e di quel punto che rimane profondo di incomunicabilità tra le parti.

CC . C’è chi tende a considerare la comunicazione come un servizio ma credo si tratti più che altro di uno spazio aperto. L’atto del comunicare ha a che vedere con l’elaborazione di strutture, modalità, formati. Il rapporto tra contenuto e contenitore è simbiotico. Se io mi prendo cura a fondo del modo in cui trasmetto ciò che intendo, mi prendo cura di me e dell’altro, chiunque sia.

GM . Essere significa comunicare, esserci per l’altro e, attraverso l’altro, per sè. Tutto ciò si traduce in esperienza, continuativa e concreta. La ricerca, scrivi, è sintomo di presenza, un’attitudine innanzitutto. Infatti tutta questa riflessione non ha alcun significato teorico, non esiste al di fuori dell’esperienza diretta che da Atlas si apre, diramandosi, a suo modo, nelle azioni mentali e fisiche degli altri.

CC . Atlas è metodo e teoria al contempo. Ed è contestuale. Tutto ciò che è scritto è passato, mentre il discorso, attraverso la lettura o l’ascolto, si compie sempre nel presente.

GM . Ora è chiaro perché ti riferisci al lettore come ascoltatore e per questo motivo riconosco in te, nel tuo libro e nel tuo processo di lavoro, a tutti gli effetti un approccio sonoro e una pratica spaziale.

CC . Ho sempre considerato Atlas alla stregua di una scultura e tendo a definirlo ‘edificio’ perché l’architettura, a differenza della scultura, obbliga il fruitore a misurarsi con essa a tutti i livelli, non solo estetici. On Theme, la cui scrittura costituisce la traccia per la realizzazione di un radio dramma, è stato il lavoro che mi ha permesso di aprirmi al potenziale sonoro dell’intera struttura, e a proseguire nella direzione già intrapresa con Acme e Tu nello spazio sei il parametro, il limite massimo, la fine della mia corsa. La sonorizzazione di Atlas mi costringe ad affrontare nuovamente lo spazio concreto e a misurarmi con le potenzialità del live e della registrazione; in quanto atlante, funge da strumento attraverso il quale monitorare il confine tracciato ed andare oltre.

GM . Atlas è un’opera sonora, già solo nel suo porsi: richiede ascolto profondo, agisce sempre in contesti specifici, è altro da se pur rimanendo costantemente personale, esiste nell’esperienza dello spazio che si costruisce di traiettorie e relazioni. “How long is the leap? Everyone needs to fall in love at the first appointment.“

CC . Atlas non esisterebbe al di là della mia pratica quotidiana di ascolto, d’indagine, di vita. Il salto tra ciò che è stato e ciò che è può, negli effetti, avvenire all’istante. Come un innamoramento.