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Clio Casadei in conversazione con Giulia Brivio – pubblicata su Boîte#18 | Estate 2017

GB . In questa nostra riflessione sulla documentazione di un’opera d’arte o di una serie di esperienze artistiche, uno degli apparati di documentazione che vogliamo mettere maggiormente in discussione è il portfolio. I suoi limiti sono tanti, trattandosi di un format rigido, stabilito a priori, senza considerare l’esigenza della ricerca artistica che si auspica di rappresentare e testimoniare. La tua visione e trasformazione del portfolio mi ha subito colpita..Con te vorrei parlare di Atlas: sfugge a una rigida classificazione editoriale, non è propriamente un catalogo, non è una monografia, non è solo un libro d’artista, riesce nell’intento di dare una forma complessa e non lineare alla documentazione. Il linguaggio che utilizzi è fatto principalmente di parole e rimandi tra le pagine, che documentano un processo di ricerca e di realizzazione artistica, senza mostrarlo esplicitamente in una sequenza di immagini con didascalie. Scrivi che approcci lo spettatore come un lettore e pensi al lettore come un ascoltatore… In un certo senso si nega la documentazione convenzionale?

CC . Atlas ha origine dall’effettiva necessità di esprimere la genesi di una ricerca; una ricerca materializzata attraverso esperienze d’indagine e di lavoro specifiche, ossia vincolate nel tempo e nello spazio. Questa specificità intrinseca, e il ruolo sempre più rilevante che la narrazione del progetto ha assunto al di là delle realizzazioni concrete, mi hanno indotta a trasformare il discorso in un materiale. Oltre a rivelare l’accaduto, il discorso concorre a stabilire fondamenta solidissime perché vincolate al divenire dell’azione, dell’intuizione, del pensiero. L’impiego strumentale del discorso mi ha condotta a lavorare sulla forma portfolio, a concepirla in quanto luogo e tessitura. Le descrizioni letterali degli avvenimenti, dei processi e delle circostanze, sono tappe, nodi attraverso i quali chiarifico, prima di tutto a me stessa, l’orientamento della mia pratica, contribuendo al contempo alla sua elaborazione. Il “fatto” assume in tal contesto il valore di innesco, ossia esiste in funzione di ciò che deve ancora compiersi. Non mi preoccupo di essere più o meno lineare, bensì cerco di esprimere la mia modalità di integrazione e di utilizzo di ciò che puo’ essere definito il “dato” dell’esperienza. Non si tratta dunque di negare qualcosa bensì di affermare in maniera più precisa.

Cosa sono i pretesti? Trovo molto interessante che il libro sia suddiviso in testi teorici, testi descrittivi e pretesti, che possono essere collegati da codici come in un libro-gioco dove la temporalità si spezza di continuo.

I pretesti contenuti in Atlas sono racconti di finzione che ho elaborato per rendere atto di opere d’arte e concetti filosofici di altri autori. Nei pretesti non c’è mai un riferimento diretto a queste fonti se non nelle note, il cui insieme costituisce un apparato narrativo parallelo. Ho sviluppato i pretesti sette anni fa nel tentativo di sperimentare una maniera differente di raccontare l’arte e la sua storia. Al tempo ero spinta dalla necessità di sperimentare un modo diverso di trasmettere esperienze e concetti storicizzati il cui valore va ben oltre gli ambiti di studio specialistici. Cercavo un modo diverso di fare storia dell’arte. Per quanto riguarda la mia pratica generale invece, chiamo ‘pretesti’ le situazioni create e le azioni che stanno all’origine di ogni mio discorso.

Come “installi” Atlas nelle biblioteche? Atlas ha una forma mutevole, a seconda di dove viene installato o presentato acquisisce nuove valenze, date dal contesto e dalle persone che lo “affrontato”, può rispecchiare la vita di un’opera? Nel senso che un’opera in un contesto e con fruitori differenti cambia o anche solamente in momenti diversi della vita dell’artista può essere interpretata diversamente, è questa mutevolezza che vuoi rappresentare?

Quando ho installato Atlas in biblioteca mi sono preoccupata che entrasse nel sistema di catalogazione, che fosse conservato tra gli scaffali e che fosse disponibile per la consultazione sul luogo. La sezione dedicata alle riviste mi è sembrata fino ad ora quella più adatta ad ospitarlo. Con Atlas ho cercato di creare una struttura ibrida che si collocasse al margine tra diverse categorie e facendo questo ho preso in analisi non solo diversi formati ma anche diversi modi di intendere la narrazione. Dai libri-gioco ho tratto essenzialmente la possibilità di movimento attraverso codici infratestuali. La frammentazione del testo apre la composizione mentre lo spostamento da un punto all’altro dei diversi testi offre a chi legge l’opportunità di seguire i concetti nella loro evoluzione, di comprendere come siano affiorati e come abbiano preso forma all’interno della mia pratica. Alcuni riferimenti tornano, di testo in testo, per poi scomparire, e lo stesso avviene con le idee che guidando la ricerca, che vi si annidano e mutano, fino a dissolversi tra le righe. In Atlas la frammentazione del testo e l’eventuale ripetizione di certe formule discorsive avviene per orientare il fruitore verso una cronologia del pensiero più precisa; come in una partitura, quando certi accordi si ripetono infondendo all’intera melodia colore e forza inaspettati. Ho costruito Atlas mantenendo come riferimento il divenire della mia esperienza e della mia produzione, per questo è un libro che muta nel tempo. Più che voler rappresentare la mutevolezza lavoro in funzione della mutevolezza.

Ogni ATLAS è diverso?

Nel caso sia io a produrre le singole copie, sì, ogni Atlas è diverso. Ciò non accade nel caso siano realizzate edizioni limitate del libro, in occasione di una presentazione o di una collaborazione.

Nel tuo lavoro quanta responsabilità affidi allo spettatore?

Lo spettatore, il lettore, chi ascolta, ha la responsabilità di accogliere e riflettere su ciò che gli capita di vedere, leggere, ascoltare. Questa responsabilità è sempre totale, ognuno è libero di accettarla o di rifiutarla.

Scrivi di Memoria e Percezione, possono sostituire la trascrizione di una performance o di un’opera che non persiste nel tempo? Sono sufficienti?

Credo che memoria, percezione e trascrizione siano processi differenti che generano esperienze differenti. Esperienze che poi, in aggiunta, si rivelano diverse per ognuno. Questa differenza le rende non intercambiabili sebbene ciascuna possa essere origine o conseguenza dell’altra. Credo occorra accettare la possibilità che qualcosa non permanga nella stessa forma in cui l’abbiamo percepita. E godere di ciò, andare oltre ed imparare.

“Il lavoro vive delle tracce che lascia e del discorso che attraverso di esse si compie. E vive due volte. Come tale e in quanto racconto” mi sembra riassumere perfettamente il motivo per cui è necessaria una radicale revisione della forma del portfolio. Cosa ne pensi?

Sì, è un pensiero chiaro e ci credo tutt’ora. Penso che ognuno debba riflettere sulle forme che impiega e sui formati attraverso i quali si esprime. Occorre più consapevolezza da parte di chi produce e da parte di chi promuove l’attività e la ricerca artistica. Occorre che entrambe le parti abbiano interesse a veicolare una soggettività consapevole.